Se un anno ci fa ci avessero detto che avremmo potuto lavorare da casa forse non ci avremmo creduto.
Probabilmente nessuno di noi riusciva a immaginarsi di fare un meeting in pantofole, di organizzare l’agenda dal divano, o di gestire le proprie mansioni lavorative nella stessa stanza disseminata di giocattoli dei propri figli, mentre il nostro cane ci distrae chiedendoci delle coccole.
Eppure, per milioni di italiani questi scenari non sono solo diventati realtà, ma col diffondersi della pandemia di COVID-19, addirittura la vera e propria routine del 2020.
Con l’obiettivo di contenere i contagi, laddove possibile, infatti, si è optato per lo smart working o lavoro agile.
Definito dal Ministero del Lavoro (Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali, 2020) come una modalità caratterizzata da flessibilità negli orari e assenza di vincoli spaziali, lo smart working si pone l’obiettivo di favorire la produttività del lavoratore, conciliando vita privata e professionale.
Considerando che, nel 2020, il numero dei lavoratori, in Italia, impiegati in modalità smart working ha subito un incremento del 69% (Savic, 2020), andando così a modificare nettamente i dati del 2017 che la ponevano come la nazione a più bassa percentuale di lavoratori a distanza di tutta l’Europa (Eurofound and the International Labour Office, 2017). Viene naturale chiedersi se effettivamente lo smart working abbia migliorato, come da obiettivo, la vita dei lavoratori.
A tal proposito, un gruppo di studiosi dell’Università della Campania (Moretti, Menna, Aulicino, Paoletta, Liguori, Iolascon, 2020), ha condotto uno studio su alcuni lavoratori, provando a valutare l’impatto del lavoro agile sulle conseguenze psicofisiche da essi percepite.
Se per alcuni versi, infatti, lavorare comodamente da casa può esser sembrato ad alcuni un sogno che si realizzava o comunque una bella novità, con il passare del tempo e come tutte le cose anche lo smart working ha rivelato pregi e difetti.
In particolare, il lavoro da casa ha migliorato la vita dei lavoratori per quanto riguarda le tempistiche: i protagonisti dello studio apprezzavano particolarmente il fatto di poter gestire flessibilmente la loro agenda, di non aver più i minuti contati per raggiungere il luogo di lavoro, il risparmio economico sui trasporti e di conseguenza anche il minore stress legato alla confusione e al traffico.
Ma, al tempo stesso, ha comportato delle problematiche dovute alla non organizzazione adeguata degli spazi di lavoro: i protagonisti rivelavano di aver sofferto la distanza dai colleghi, che spesso provocava problemi di comunicazione e incomprensioni per mancanza o inadeguatezza di confronto, la sovrapposizione tra lavoro e vita domestica (il confine tra casa e lavoro era, cioè, confuso e spesso le richieste tendevano a sovrapporsi provocando ansia e problemi relazionali), e infine l’utilizzo di attrezzature non ergonomiche (come sedie e scrivanie inadeguate) che hanno portato nel maggiore dei casi ad un peggioramento del dolore al collo.
Poiché comunque la maggior parte dei lavoratori si è mostrata soddisfatta e propensa ad adottare tale modalità in futuro, anche se magari occasionalmente, appare chiaro come sia opportuno un impegno a rendere questa tipologia di lavoro davvero smart!
Bibliografia
Eurofound and the International Labour Office (2017). Working anytime, anywhere: the effects on the world of work. Geneva, CH: Publications Office of the European Union and the International Labour Office.
Moretti, A., Menna, F., Aulicino, M., Paoletta, M., Liguori, S., & Iolascon, G. (2020). Characterization of Home Working Population during COVID-19 Emergency: A Cross-Sectional Analysis. International Journal of Environmental Research and Public Health, 17(17), 6284.
Savić, D. (2020). COVID-19 and work from home: Digital transformation of the workforce. Grey Journal (TGJ), 16(2), 101-104.
Sitografia
Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali: www.lavoro.gov.it (accessed on 15 Genuary 2021)